Quale fu la ragione per cui si preferì abbandonare la società
naturale per sostituirla con uno Stato?
Che cosa è che la rendeva indesiderabile? Da cosa era
data la sua vulnerabilità? Qual era, in sostanza, il suo punto debole?
Molti offriranno a queste domande una risposta che è facilmente
intuibile: Allo stato naturale non vi è
garanzia di sicurezza; essa vi può essere soltanto se esiste un potere
superiore esterno preposto alla sua tutela. E questo potere si può trovare
soltanto all'interno di uno Stato sovrano, che detenga per sé l’utilizzo
esclusivo della forza e della sanzione dei crimini.
Accogliendo l’idea di Hobbes, anche noi possiamo
affermare che dove non v’è legge civile, come in natura, non vi può essere
alcun crimine e dunque ognuno è giudice di stesso (quindi inevitabilmente non imparziale).
Inoltre, se scompare il potere sovrano, non si ha più alcuna protezione ed
ognuno necessita di proteggersi con le proprie forze. Molto spesso
il timore di una punizione divina che si elargisce in un aldilà non risulta essere
sufficiente, e pertanto chi in natura ha più forza e non è frenato da alcun
timore nei confronti di una divinità prevale su chi è più debole, il quale,
allora, soccombendo perde tutto: la proprietà, la libertà e perfino la vita.
E’ vero che, come dice Hobbes, in natura
ogni individuo ha diritto ad ogni cosa, ma è anche vero che tale diritto è del
tutto effimero, dal momento che non affonda le sue radici su una certezza
legale che lo tuteli, bensì è affidato alla forza armata dei singoli, che può
sempre metterlo in dubbio senza correre dei rischi.
La condizione di anarchia tipica dello stato di natura
hobbesiano non può che voler essere superata con l’istituzione di una società
politica ben ordinata e disciplinata. Lo stato di guerra verrebbe superato
alienando dai consociati quel tanto di libertà in sovrappiù che consente loro
di ledersi a vicenda, devolvendola ad un potere supremo che se ne renda
titolare sia per reprimere le condotte antisociali interne e sia per difendere da
minacce ed aggressioni esterne, quindi a vantaggio della collettività e della
salute pubblica nel loro insieme. I filosofi politici di stampo liberale, però,
ribadiscono che tutto ciò non dovrebbe giustificare l’idea che lo Stato civile
debba costituirsi travalicando le libertà e prerogative naturali di ognuno: al
contrario, esso dovrebbe rappresentare il tentativo di realizzare una società
naturale senza rischio di sopraffazioni.
Ricapitolando, secondo l’idea più diffusa, il rischio
di sopraffazioni, la mancanza di certezza giuridica, il timore di perdere i
propri beni, la condizione precaria della propria esistenza e l’assenza di
risorse naturali illimitate furono i fattori determinanti della fuoriuscita
dallo stato di natura. L’uomo decise di rinunciare alla sua libertà naturale in
cambio di un poco di sicurezza, accettando di vincolarsi a un patto sociale che
disciplinasse i comportamenti inter-sociali dei contraenti stessi.
Quanto affermato trova una sicura conferma nelle
pagine delle opere politiche di Hobbes, sebbene non è sempre stata accolta l’idea che si dovesse uscire dallo
stato di natura in quanto caratterizzato da guerra, violenza ed incertezza.
E tuttavia, la fuoriuscita dalla società naturale e l'istituzione di un'organizzazione statuale pseudo-naturale (o para-naturale) ha comportato lo scoppio di un conflitto tra diritto naturale e diritto positivo e, peggio ancora, tra diritto naturale e ragion di Stato. Il diritto
naturale, come visto, è caratterizzato da una serie di disposizioni di
carattere universalistico che si contrappongono per ciò stesso a qualsivoglia
forma di particolarismo statuale. In questo senso, essendo espressione diretta
della ragione naturale, esso si colloca agli antipodi di quella celebre
dottrina politica nota come ragion di Stato. La ragion di Stato, infatti, si
basa sui principi dell’opportunismo, del realismo politico e della politica di
potenza. Essa non considera una morale assoluta, universale, virtuosa in sé e
per sé, bensì solamente un’utilità relativa e particolaristica, circoscritta al
benessere dello Stato stesso. Citando due celebri teorici della ragion di Stato,
Machiavelli e Guicciardini, d’Addio afferma che il loro pensiero politico è
noncurante del bene assoluto, si preoccupa esclusivamente del bene particolare che
proviene dall'accrescimento della potenza dello Stato a danni di altri. Da ciò risulta chiaro che nel caso in cui delle circostanze particolari mettano
in pericolo il benessere, la sicurezza o il prestigio dello Stato, qualunque
principio morale di stampo giusnaturalistico verrebbe messo da parte a vantaggio
degli interessi statuali. In altre parole, il fine della ragion di Stato, che
consiste nell'accrescere e salvaguardare la potenza politica dello Stato, va
perseguito a qualunque costo e sacrificio, senza tenere in considerazione la
moralità o liceità naturale dei mezzi con cui perseguirlo. In ultima analisi i
sostenitori della teoria politica della ragion di Stato non temono di
prevaricare le disposizioni della legge naturale pur di raggiungere i propri
scopi politici.
Sarebbe forse superfluo aggiungere che uno dei testi
di filosofia politica che sintetizza meglio lo spirito della dottrina della
ragion di Stato è il fortunatissimo e famosissimo Principe di Machiavelli. Sono indimenticabili le pagine in cui il
cinico filosofo di Firenze esorta il principe a non sottrarre mai i beni dei
suoi sudditi, perché un suddito si scorda presto della morte del padre ma mai
della perdita del patrimonio. Questo è realismo politico nella sua
manifestazione più alta. Dimostra anche come questa teoria sia un’arma molto
pericolosa, specie se collocata nelle mani sbagliate. Se ad esempio venisse applicata
alle grandi questioni di politica estera di un Paese, essa potrebbe legittimare
qualunque guerra mondiale, con qualunque mezzo bellico e con qualunque
sacrificio umano e materiale.
Riferimenti bibliografici:
T. Hobbes, Leviatano, Bari,
Laterza, 2010.
T. Hobbes, De Cive, Roma,
Editori Riuniti, 2005.
M. d’Addio, Storia delle Dottrine
Politiche, Genova, ECIG, 2002.
N. Machiavelli, Il Principe, Milano,
BUR, 2008.
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