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lunedì 2 marzo 2015

Il fine dello Stato e la sua dissoluzione: considerazioni filosofiche



Si è già detto in precedenza che lo Stato nasce per garantire agli individui quella sicurezza che risulta essere precaria in natura. I consociati decidono di unire le proprie forze per difendersi da pericoli esterni e, attraverso la divisione del lavoro, di offrire dei beni e dei servizi al resto della comunità, ricevendone in cambio degli altri. Fin qui tutto bene. Ma poi cos'altro?
E’ possibile mai che lo Stato debba costituirsi solamente per soddisfare lo scopo della mera sopravvivenza?
Secondo Aristotele, lo scopo dello Stato dovrebbe essere quello di migliorare, in termini assoluti, le condizioni di vita umane. Dice infatti il grande stagirita nella sua Politica che lo Stato sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza.
Una versione manoscritta del De Civitate Dei
di Sant'Agostino
Per S. Agostino, invece, il fine desiderabile dell’individuo sarebbe la pace, e quindi la società politica non dovrebbe perseguire altri fini se non il medesimo: di ricercare la pace, ossia la pace dei giusti, che è quella pace che si sorregge sui principi cristiani della giustizia, e che concettualmente è conseguente all'idea di “guerra giusta”, da lui stesso teorizzata.
Al contrario, Spinoza sostenne che il fine dello Stato dovesse essere la libertà, intendendo con ciò dire che lo Stato doveva essere costituito per offrire agli esseri umani un’esistenza felice, razionale e aperta, nell'ottica di una società tollerante, non oppressiva, cosmopolita e rispettosa dei diritti naturali di ogni persona. Dice infatti Spinoza:

Il fine dello Stato, dico, non è quello di trasformare gli uomini da esseri dotati di ragione in bestie o automi, ma al contrario di far sì che il loro corpo e la loro mente possano compiere con sicurezza le loro funzioni, ed essi possano servirsi della libera ragione, e non lottino l’uno contro l’altro con odio, ira o inganno, né si lascino trasportare da passioni inique. In verità, dunque, il fine dello Stato è la libertà.

Per quanto riguarda Hobbes, la sua visione circa lo scopo dello Stato è una visione essenzialmente utilitaristica, poiché il suo obiettivo sarebbe unicamente quello di salvaguardare in perpetuo gli uomini dai nemici e dal bisogno.
Né Rousseau trae conclusioni molto dissimili, quando parla dello scopo del contratto sociale: esso, dovrebbe semplicemente consentire la conservazione degli uomini.
Già da quanto finora riportato risulta con sufficiente chiarezza che lo Stato avrebbe prevalentemente l’unico scopo di garantire un’esistenza quanto più desiderabile per gli individui. Affermando infatti che esso serva a tutelare una “buona esistenza”, “la pace”, “la libertà”, “la salvaguardia” o la “conservazione” equivale pressappoco a dire la stessa cosa.

Più interessante, invece, risulta l’analisi delle condizioni che possono determinare la dissoluzione della società civile. Generalmente parlando, lo Stato si può dissolvere per le stesse ragioni per cui può costituirsi. Se infatti, come visto, esso viene a generarsi o attraverso il conflitto o attraverso il contratto, anche la dissoluzione avverrà o per cause violente o per cagioni di natura consensuale.
Nel primo caso, si contemplano, almeno teoricamente, due possibilità parimenti studiate dalla sociologia politica e dal diritto internazionale:

 Causa di dissoluzione esterna = Comprende tutti i casi in cui lo Stato si dissolve a causa di un’aggressione esterna di natura politico-militare. In questo caso lo Stato può venire o completamente assorbito dallo Stato invasore (caso dell’annessione) oppure può continuare a sopravvivere con un mutato governo e denominazione. Una variante non violenta dell’annessione, che quindi non dovrebbe comparire in questo punto, si può avere nel caso in cui uno Stato decida volontariamente di divenire parte di un altro, proponendo dunque di sciogliersi (caso dell’incorporazione: è il caso della Germania Est, che decise di incorporarsi alla Germania Ovest nel 1990) . Non è affatto detto, tuttavia, che in seguito ad una sconfitta militare lo Stato debba per forza sciogliersi; esso infatti potrà continuare senz'altro a sopravvivere nel caso in cui, in seguito ad un trattato di pace, l’aggressione militare avrà comportato solamente la perdita di alcuni territori o, alternativamente, la statuizione di clausole di natura non territoriale quali la smilitarizzazione, il pagamento di danni di guerra, la cessione di alcuni diritti, la stipulazione di accordi commerciali, il mutamento di governo, e così via (tanto più che ormai la Carta delle Nazioni Unite tutela l’integrità territoriale degli Stati e condanna qualunque aggressione militare non giustificata dai fini stessi che la Carta si propone).


Causa di dissoluzione interna = Comprende, invece, tutti i casi in cui uno Stato si dissolve a causa di fenomeni politici interni quali le rivoluzioni, le lotte d’indipendenza, le guerre civili, le insurrezioni, ecc. Tra le varie possibilità vi può essere quella che una o più regioni di uno Stato decidano di rendersi indipendenti, dando vita sul loro territorio ad un nuovo Stato sovrano (caso della secessione: il noto esempio è quello degli Stati confederati meridionali che decisero di secedere dagli Stati Uniti d’America nel 1861), o quella in cui più regioni o nazioni all'interno di uno Stato decidano di rendersi indipendenti, conducendolo alla dissoluzione (caso dello smembramento: è il caso della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, sebbene c’è chi ritenga che la Serbia sarebbe stata la diretta continuatrice dello Stato jugoslavo. Non parrebbero esservi dubbi, invece, che un esempio di smembramento sia costituito dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991): la differenza tra il primo e il secondo caso è che con la secessione lo Stato ad essa antecedente continua ad esistere, mentre con lo smembramento esso scompare. Vi possono essere poi i casi in cui una rivoluzione o una lotta per l’indipendenza rovescino il governo costituito, dando vita ad uno Stato sorretto da un nuovo governo rivoluzionario: se tale governo si sorregge su principi politici del tutto incompatibili con quelli del governo predecessore, è probabile allora che il precedente Stato possa considerarsi estinto, specialmente nel caso in cui il governo rivoluzionario decida di mutarne il nome e le istituzioni politiche: è il caso dell’Impero russo in seguito alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917 e della successiva nascita dell’Unione Sovietica nel 1922. Altri casi si sono avuti con la lotta d’indipendenza dalla dominazione coloniale, che comportarono spesso il mutamento del nome dello Stato.

Riguardo invece alla dissoluzione consensuale, è illuminante riportare quanto affermato da Rousseau nel Contratto Sociale. Egli sostiene infatti di

non esservi nello Stato nessuna legge fondamentale che non possa venir revocata, neppure il patto sociale. Infatti, se tutti i cittadini si riunissero per rompere questo patto di comune accordo, non c’è dubbio che verrebbe rotto in forma legittima.

E’ quindi abbastanza chiaro che nell'ottica di Rousseau la volontà generale della nazione potrebbe, se esprimesse parere positivo in questo senso, sciogliere la società civile e restaurare il preesistente stato di natura.
Tra l’altro, parrebbe che in linea di massima anche Hobbes non si opporrebbe a quest’idea, anche se da un ritorno allo stato di natura, secondo il suo pensiero politico, l’uomo ci avrebbe tutto da perdere. E ciononostante il filosofo inglese si sofferma pure su argomenti di natura più tecnica (alcuni dei quali possono apparirci oggi quasi umoristici) tesi a mostrare quali elementi comporterebbero l’indebolimento e la dissoluzione dello Stato - argomenti che sono poi alla base dell’ “assolutismo” hobbesiano - :
1) La mancanza di potere assoluto, 2) il giudizio privato del bene e del male, 3) gli errori di coscienza e la pretesa di ispirazioni soprannaturali, 4) la subordinazione del potere sovrano alle leggi civili, 5) l’attribuzione ai sudditi di un diritto di proprietà assoluta, 6) la divisione del potere sovrano, 7) l’imitazione delle nazioni vicine e dei modelli politici “libertari” dell’antichità classica, 8) la supremazia dell’autorità spirituale su quella politica, 9) il governo misto, 10) le ristrettezze finanziarie dell’erario, 11) i monopoli commerciali, 12) gli uomini popolari e ambiziosi, 13) l’eccessiva estensione territoriale dello Stato, 14) la libertà di contestare il potere sovrano, 15) la volontà insaziabile di estendere il proprio dominio politico, 16) la conquista di nazioni non integrate, 17) la letargia nel benessere, 18) le spese inutili, 19) la sconfitta in guerra con conseguente deposizione e/o abdicazione del sovrano.
In conclusione, possiamo affermare che, indipendentemente da quali siano i metodi utilizzati per la dissoluzione, le possibilità per gli esseri umani risultano in quella circostanza due sole: o tornare allo stato di natura o sottostare al dominio e alla potestà di un nuovo Stato. 

Allegoria della distruzione del Leviatano

Riferimenti bibliografici:

Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, Torino, UTET, 2006.
Sant'Agostino, La Città di Dio, Milano, Mondadori, 2011.
L. Gambino, Brani di Classici del Pensiero Politico, Torino, Giappichelli, 2002.
T. Hobbes, Leviatano, Bari, Laterza, 2010.
J. J. Rousseau, Il Contratto Sociale, Bari, Laterza, 2006.


lunedì 23 febbraio 2015

Le teorie filosofiche della genesi dello Stato



A fondamento della genesi dello Stato vi sono, oltre alla teoria marxista, due teorie fondamentali: la teoria del conflitto e la teoria del contratto.
In base alla prima teoria, gli Stati sorgono come conseguenza di scontri tra individui e gruppi di individui o tra società. In quest’ottica, un gruppo di individui sarebbe riuscito ad imporsi su degli altri, subordinandoli a sé ed imponendo su di essi il proprio potere e la propria volontà, che sono andati poi consolidandosi con la creazione di istituzioni politico-amministrative stabili.
Per la seconda teoria, invece, lo Stato è il prodotto del bisogno individuale di protezione dagli inevitabili conflitti che si verificano nella società. Qui gli individui avrebbero deciso attraverso il loro consenso di sottostare a determinate regole contenute nel patto istitutivo dello Stato al fine di porre fine alle continue lotte che si verificano sia all'esterno che all'interno della società civile stessa.
La differenza tra le due visioni, come si può notare, è che nella prima la genesi statuale dipende da cause di forza maggiore esterne, mentre nella seconda da un consenso interno: la prima teoria è esogena ed oggettiva, perché frutto di un’imposizione; la seconda è endogena e soggettiva perché conseguente a una scelta.
Comunque la si voglia considerare, il verificare se storicamente gli Stati si siano formati attraverso il conflitto o il contratto trascende dagli obiettivi proposti in questa sede: ciò che qui preme sottolineare, invece, è che nella storia delle dottrine politiche numerosi filosofi hanno accolto idee simili, dell’una e dell’altra teoria, circa l’origine dello Stato.
Platone ha un’idea molto pragmatica ed utilitaristica intorno alla nascita dello Stato:

Platone
La nascita dello Stato dipende dal fatto che ciascuno di noi non basta a se stesso, poiché ha una molteplicità di bisogni. […] La gran quantità di questi bisogni fa riunire in unico luogo molte persone che si associano per darsi aiuto, e a questa associazione abbiamo dato il nome di Stato.

Per il filosofo ateniese, pertanto, la ragione principale per cui gli individui decidono di unirsi in società è l’utilità che proviene dall'aiuto reciproco.
Aristotele, invece, parte dal noto presupposto che l’uomo, essendo un animale socievole, tende per natura a riunirsi in società e collaborare in vista del bene comune:

Da ciò dunque è chiaro […] che l’uomo è un animale che per natura deve vivere in una città [πολιτικὸν ζῷον, ossia un animale civico] e chi non vive in una città, per la sua natura e non per caso, o è un essere inferiore o è più che
un uomo.

Per il grande filosofo di Stagira lo Stato è un prodotto naturale anteriore all'uomo stesso. Come infatti il tutto precede necessariamente le parti, così lo Stato precede ogni altra forma di comunità politica:

E’ dunque chiaro che la città [lo Stato] è per natura e che è anteriore all’individuo perché, se l’individuo, preso da sé, non è autosufficiente, sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui lo sono le altre parti. Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma è o una belva o un dio.

Aristotele, infatti, sostiene che all'interno dello Stato ci siano più comunità inferiori, che appunto lo compongono come parte del tutto:

La comunità che si costituisce per la vita di tutti i giorni è per natura la famiglia […]. La prima comunità che deriva dall'unione di più famiglie volte a soddisfare un bisogno non strettamente giornaliero, è il villaggio […]. La comunità perfetta di più villaggi costituisce la città [lo Stato], che ha raggiunto quello che si chiama il livello dell’autosufficienza: sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza.

Il pensiero cristiano sostituirà l’amore civico, tipico della tradizione greco-romana, con l’amore filantropico. Per S. Agostino sarebbe proprio l’amore a spingere gli individui a riunirsi in uno Stato.
Afferma infatti il d’Addio:

Per S. Agostino lo Stato deve essere definito come la cosa del popolo,  ma il popolo deve invece essere concepito come l’unione degli individui fondata sulla concorde comunione delle cose che amano. Lo Stato, il suo ordinamento politico, la forza che riesce ad esprimere, non sono altro che l’espressione dell’amore di tutti i consociati per determinate cose. Il processo di unificazione dei desideri, della volontà, dei comportamenti degli individui di tutte le categorie ed ordini sociali, il consenso della collettività, scaturisce dall’ordo amoris, così come si manifesta nella comunità: solo l’amore è in grado di stabilire un reale rapporto di unione, di comunione dei sentimenti e pertanto di fare di una moltitudine una unità, che costituisca il fondamento dello Stato.

Bodin, che come Aristotele accetta l’idea che lo Stato sia costituito effettivamente da un insieme di famiglie, ci offre uno degli esempi più tipici della visione teorica conflittuale. Per il filosofo francese lo Stato nascerebbe allorché il capofamiglia, uscendo dalla sua casa ove è padrone assoluto, dotato di piena potestà sui figli e soggetto solo a Dio, si unisce ad altri suoi pari (ossia ad altri capifamiglia) dotati di eguali prerogative, trasformandosi da padrone in cittadino, cioè in libero suddito dipendente dall’altrui sovranità. Ora, ciò fu possibile nel momento in cui i capifamiglia si allearono tra loro, scegliendosi un comandante, e sconfiggendo in guerra degli altri capifamiglia nemici: nacque allora lo Stato, con le tre figure del signore/monarca (il comandante vittorioso), i liberi sudditi (i capifamiglia vincitori), gli schiavi (i capifamiglia sconfitti).
Tutto ciò è sviluppato nei Six livres de  la Republique in questi termini, e val la pena di riportare interamente il brano, data la sua importanza:

Jean Bodin
Infatti, prima che tra gli uomini fossero esistiti città, cittadini e una qualche forma di Stato, ciascun capofamiglia era sovrano nella sua casa e aveva potere di vita e di morte sulla moglie e sui figli; ma, dopo che la forza,  la violenza, l’ambizione, l’avidità, la vendetta ebbero armato gli uni contro gli altri [capifamiglia] l’esito delle guerre e dei conflitti, dando la vittoria agli uni, rese schiavi gli altri; e tra i vincitori, quello che era stato eletto capo e capitano, sotto la guida del quale avevano riportato la vittoria, continuò ad esercitare il potere sugli uni come sudditi fedeli e leali, sugli altri come schiavi. Allora la libertà piena e intera che ciascuno aveva avuto di vivere a proprio piacimento senza essere comandato da alcuno, si trasformò in servitù e fu completamente tolta ai vinti e fu diminuita ai vincitori in quanto prestavano obbedienza al loro capo sovrano; e chi non voleva cedere qualche cosa della sua libertà per vivere sottoposto alle leggi e al comando altrui, la perdeva del tutto. Così entrarono in uso le parole, prima sconosciute, di signore, servo del principe, suddito.

E’ancora Bodin che, proseguendo, conferma la sua adesione alla visione conflittualistica sulla nascita dello Stato:

La ragione e il lume naturale ci portano a credere che la forza e la violenza
hanno dato origine allo Stato.

L’idea che a generare lo Stato sia il conflitto tra più gruppi e che il gruppo più capace o forte ottenga di sottomettere e di governare quello più debole verrà ripresa ed apprezzata dai teorici del darwinismo sociale. Per essi, gli individui o i gruppi di individui che costituiscono le classi politiche e sociali dirigenti sono quei contendenti che attraverso la loro superiore abilità, adattabilità e capacità organizzativa hanno ottenuto la vittoria nel conflitto e assunto la leadership.
Anche la dottrina politica elitista - e primo fra tutti Mosca - accoglierà l’idea che a governare e ricoprire i posti di potere e di prestigio sia sempre una selezionata classe politica organizzata e colta, che governerebbe su una massa disorganizzata ed ignorante; e ciò avverrebbe anche nei presunti sistemi politici democratici (come dimostrerebbero la rappresentanza parlamentare e lo scarso ricorso a strumenti di democrazia diretta).
Così, pure il pensiero politico nazionalsocialista farà propria la teoria del conflitto, colorandola con tratti marcatamente razzisti. La propaganda del regime fondato da Hitler adatterà infatti questa teoria all'idea dell’Herrenvolk, ossia del popolo dominatore che, grazie alla propria superiorità biologica e culturale, ottiene di sottomettere e dominare il popolo inferiore.  Molti casi storici sono stati additati come esempio di supremazia dell’Herrenvolk sul popolo conquistato. Un esempio classico è quello di Sparta, ossia del popolo dei Dori invasori che sottomette la popolazione lacone preesistente, dando origine alla classe dominante degli spartiati e alla classe servile degli iloti. Oppure l’esempio degli Arii invasori dell’India che costituirono una società rigidamente gerarchica fondata sul sistema castale. Altro esempio ce lo offre la storia di Roma, con la contrapposizione tra patrizi, che sarebbero i discendenti dei Latini invasori, e dei plebei, che sarebbero invece discendenti della popolazione pre-indoeuropea. Altro esempio classico, riportato anche nell’Ivanhoe di Sir Walter Scott, è l’egemonia politico-culturale che i Normanni invasori dell’Inghilterra imposero alle popolazioni anglo-sassoni e celtiche dell’isola. Infine, il più celebre esempio è forse costituito dalle dominazioni coloniali europee; con esse, secondo la retorica nazionalsocialista, la razza ariana (bianca) si sarebbe fatta carico, per usare un’espressione di Rudyard Kipling, di quel “fardello” civilizzatore nei confronti delle popolazioni colonizzate, riscattandole dalla barbarie, dalla miseria e dalle superstizioni.
Infine, anche il pensiero politico marxiano aderisce alla visione conflittuale, vedendo nello Stato, come visto in precedenza, il luogo politico che legittima lo sfruttamento delle classi più deboli a beneficio dei profitti economici di quelle più potenti.
Accanto alla visione conflittuale abbiamo poi tutta una serie di filosofi che aderiscono alla visione consensuale, e che considerano l’ elemento determinante per la costituzione dello Stato il patto sociale.
Uno di questi, naturalmente, è Hobbes. Egli sostiene, come già in parte visto, che la costituzione dello Stato sia l’unico modo possibile per far cessare lo stato di guerra naturale. Detta costituzione non può avvenire attraverso un atto violento o un’imposizione; al contrario, il suo scopo è proprio quello di far cessare qualunque situazione di violenza tra individui. E’ dunque il consenso a fondare lo Stato. Ogni consociato lo esprime implicitamente nel momento stesso in cui accetta di vincolarsi alle clausole del patto sociale. Proprio come qualunque atto giuridico, il pactum societatis hobbesiano obbliga le parti firmatarie ad attenersi in buona fede alle sue disposizioni nel rispetto del brocardo pacta servanda sunt, ossia del mantenimento della parola data. Qui, poi, al contrario di quanto avviene in natura con le legge naturali, se le clausole del patto venissero travalicate interverrebbe un potere coercitivo superiore, che il patto stesso ha fatto nascere, che sanzionerebbe la trasgressione. Di questo potere è titolare chi detiene la sovranità, sia esso un unico uomo, come nella forma di governo monarchica, o un’assemblea, come in quella democratica.  
Ma per comprendere meglio tutto ciò vale la pena di riportare un fondamentale  passo del Leviatano:

L’unico modo di erigere un potere comune che possa essere in grado di difenderli dall'aggressione di stranieri e dai torti reciproci – perciò procurando loro sicurezza in guisa che grazie alla propria operosità e ai frutti della terra possano nutrirsi e vivere soddisfacentemente -, è quello di trasferire tutto il loro potere e tutta la loro forza a un solo uomo o a una sola assemblea di uomini (che, in base alla maggioranza delle voci, possa ridurre tutte le loro volontà a un’ unica volontà). Il che è quanto dire che si incarica un solo uomo o una sola assemblea di uomini di dar corpo alla loro persona; che ciascuno riconosce e ammette di essere l’autore di ogni azione compiuta, o fatta compiere, relativamente alle cose che concernono la pace e la sicurezza comune, da colui che dà corpo alla loro persona; e che con ciò sottomettono, ognuno di essi, le proprie volontà e i propri giudizi alla volontà e al giudizio di quest’ ultimo. Questo è più che consenso o concordia, è una reale unità di tutti loro in una sola e stessa persona, realizzata mediante il patto di ciascuno con tutti gli altri, in maniera tale che è come se ciascuno dicesse a ciascun altro: Do autorizzazione e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo, o a quest’assemblea di uomini, a questa condizione, che tu, nella stessa maniera, gli ceda il tuo diritto e ne autorizzi tutte le azioni. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una sola persona si chiama STATO, in latino CIVITAS. E’ questa la generazione di quel grande LEVIATANO, o piuttosto (per parlare con maggior rispetto) di quel dio mortale, al quale dobbiamo, sotto il Dio Immortale, la nostra pace e la nostra difesa. Infatti, grazie a questa autorità
datagli da ogni singolo uomo dello Stato, egli dispone di tanta potenza e di tanta forza a lui conferite, che col terrore da esse suscitato è in grado di modellare le volontà di tutti i singoli in funzione della pace, in patria, e dell’aiuto reciproco contro i nemici di fuori.

Baruch Spinoza
Per Spinoza, autore di chiare tendenze democratico-liberali, il patto istitutivo dello Stato avrebbe come unico scopo quello di trasferire i propri diritti naturali alla parte maggiore della società intera, della quale ora si diventerebbe componenti; ciò farebbe sì che gli individui restino uguali, come già avveniva allo stato di natura. In altri termini, perciò, il patto avrebbe il fine di ricreare uno stato naturale egualitario senza rischi di sopraffazioni, e dunque può solo istituire, nell'ottica spinoziana, una società sorretta dalla forma di governo democratica.
Anche Locke sostiene che lo Stato nasca per evitare la potenziale condizione di guerra naturale e che nasca, anche qui, per patto. Afferma infatti, il filosofo inglese:

Essendo gli uomini, come si è detto, tutti per natura liberi, eguali ed indipendenti, nessuno può essere tolto da questa condizione e assoggettato al potere politico di un altro senza il suo consenso. Il solo modo in cui un uomo si spoglia della sua libertà naturale e assume su di sé i vincoli della società civile, consiste nell'accordarsi con altri uomini per associarsi e unirsi in una comunità al fine di vivere gli uni con gli altri in comodità, sicurezza e pace, nel sicuro godimento della sua proprietà e con una maggiore protezione contro coloro che non vi appartengono. Questo può essere fatto da un gruppo di uomini poiché non viola la libertà di tutti gli altri, i quali sono lasciati tali e quali nella libertà dello stato di natura. Quando un gruppo di uomini ha così consentito a costituire una comunità o governo, essi sono con ciò immediatamente associati e costituiscono un solo corpo politico in cui la maggioranza ha il diritto di deliberare e decidere per il resto.

E sottolinea poco dopo l’idea che i firmatari del patto siano tenuti a rispettare la volontà della maggioranza dei consociati.
Infine Rousseau, l’autore del celebratissimo Contratto Sociale, considera la nascita dello Stato democratico come una conseguenza della stipulazione di un patto. Per il ginevrino il patto sociale dà soluzione al problema di trovare una forma di associazione che protegga e difenda con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato mediante la quale ognuno unendosi a tutti non obbedisca tuttavia che a se stesso o resti libero come prima. Il contenuto del patto sociale rousseauiano è descritto come segue:

Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi, come corpo, riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto.



Subito dopo Rousseau descrive gli effetti che da tale patto derivano:

Istantaneamente, quest’atto di associazione produce, al posto delle persone private dei singoli contraenti, un corpo morale e collettivo, composto di tanti membri quanti sono i voti dell’assemblea, che trae dal medesimo atto la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà. Questa persona pubblica, così formata dall'unione di tutte le altre, prendeva un tempo il nome di città, e prende oggi quello di repubblica o corpo politico, detto dai suoi membri Statoquand'è passivo, Sovranoquand'è attivo, Potenza, quando lo si considera in rapporto con altre simili unità politiche. Quanto agli associati, prendono collettivamente il nome di popolo, mentre, in particolare, si chiamano cittadini, in quanto partecipano dell’autorità sovrana, e sudditi, in quanto soggetti alle leggi dello Stato.

Un’ultima osservazione può essere fatta circa la fondamentale differenza tra il patto sociale hobbesiano e quello di Rousseau. Per Hobbes i consociati devono cedere il diritto di autogovernarsi al detentore del potere sovrano, sia esso un unico uomo o un’assemblea di persone, prestando ad esso completa obbedienza; per Rousseau, invece, “queste clausole [del patto] si riducono tutte ad una sola, cioè all'alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità”, ossia alla volontà generale della nazione. In un certo senso si può concludere il discorso affermando che Hobbes teorizzò il “Leviatano dei sudditi”, in cui ognuno è sottoposto ad un potere statuale assolutistico irresistibile, mentre Rousseau il “Leviatano dei cittadini”, ossia un tipo di Stato che Tocqueville considererebbe espressione di una “tirannide della maggioranza”.


Riferimenti bibliografici:

M. Rush, Politica e società, Bologna, Il Mulino, 2007.

Platone, Repubblica, Firenze, Vallecchi Editore, 1925.

Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, Torino, UTET, 2006.

M. d’Addio, Storia delle Dottrine Politiche, Genova, ECIG, 2002.

L. Gambino, Brani di Classici del Pensiero Politico, Torino, Giappichelli, 2002.

T. Hobbes, Leviatano, Bari, Laterza, 2010.

J. Locke, Il Secondo Trattato sul Governo, Milano, BUR, 2007.

J. J. Rousseau, Il Contratto Sociale, Bari, Laterza, 2006.















sabato 21 febbraio 2015

Che cosa è lo Stato? Definizioni e considerazioni




Al giorno d’oggi, l’unica forma di società politica esistente in tutto il mondo è lo Stato. Pertanto, alla condizione attuale delle cose, i termini stato civile, società politica e Stato sono praticamente sinonimi.
Ma non si dovrebbe cadere nell'errore di credere che sia sempre stato così. Nel passato, infatti, si sono avuti numerosi esempi sia di entità politiche non statuali, quali quelle tipiche delle società tribali o nomadi, sia di natura para-statuale o sub-statuale, come quelle peculiari della società feudale. Oggi invece, almeno sulla carta e fatte le dovute eccezioni per i fenomeni di guerra civile, di failed States e di collapsed States, non esistono dei poteri intermedi sovrani legittimi capaci di contrastare la supremazia interna dello Stato.
Martin Lutero
Gli stessi concetti politico-religiosi di universalismo cristiano-cattolico (che politicamente era rappresentato dal Sacro Romano Impero), e di comunità di fedeli (umma) della dottrina islamica si differenziano molto dal concetto di Stato moderno in senso stretto. Esso è infatti un modello di società politica che inizia a fare la sua comparsa in Europa come conseguenza dell’emancipazione dei sovrani europei dal vassallaggio, reale o presunto, tenuto nei confronti delle due figure dell’Imperatore e del Papa. Si potevano probabilmente già definire Stati “nazionali” diversi regni europei già all'inizio del Basso Medioevo, come quello d’Inghilterra, di Scozia, di Francia, o i regni cristiani di Spagna. La Riforma protestante, con i suoi tratti particolaristici ed esclusivisti (ad esempio il principio del cuius regio, eius religio, ossia che ogni suddito doveva professare la fede del suo principe territoriale), non farà che rinforzare ancora di più il nazionalismo di alcuni Stati (lo stesso Lutero, quando scriveva, si rivolgeva spesso ai principi della nazione tedesca) e contribuirà in maniera marcata a separare il potere religioso da quello politico, ossia la Chiesa dallo Stato, in genere subordinando la prima al secondo (il Re d’Inghilterra è, ad esempio, il Capo della Chiesa anglicana; non è l’Arcivescovo di Canterbury ad essere il Re d’Inghilterra).
Tappa decisiva verso la nascita del moderno Stato nazionale, ossia dell’entità politica che non riconosce superiori, la segneranno la diffusione delle idee laiche dell’Illuminismo e lo scoppio della Rivoluzione francese: il potere politico, da allora, risulterà del tutto scisso, nei suoi tratti fondamentali, dal potere religioso.
Tutto questo discorso introduttivo è stato inserito per dimostrare che, volendo dare una definizione al concetto di società civile, risulta sufficiente dare una definizione al concetto di Stato. E' opportuno dunque considerare i due termini come dei sinonimi.
Definire che cosa sia lo Stato può apparire in un primo momento semplice, ma, a ben vedere, ci si rende conto che non lo è affatto. Il concetto è sfuggente. In tutte le epoche esso è stato oggetto di un numero enorme di definizioni, provenienti da diverse epoche e culture, le quali il più delle volte ne hanno offerto solo una visione parziale ed incompleta. E forse è impossibile che sia altrimenti. Ciò che possiamo proporre, quindi, sono soltanto alcune tra le più note definizioni, che a noi sono parse particolarmente brillanti.
Per Aristotele lo Stato è da intendere come quella comunità che ricomprende in sé ogni altra, dunque una comunità suprema che non conosce superiori. Afferma infatti l’autore della Politica:

Poiché vediamo che ogni città [πόλις, ossia città-Stato, dunque Stato] è una comunità [κοινωνία] e che ogni comunità è costituita in vista di un qualche bene (perché tutti compiono ogni loro azione per raggiungere ciò che ad essi sembra essere un bene), è chiaro che tutte tendono a qualche bene, ma soprattutto vi tende e tende al più importante di tutti i beni la comunità che è la più importante di tutte e comprende in sé tutte le altre: e questa è quella che si chiama città [Stato] e comunità politica.

Ed aggiunge poco oltre:

La comunità perfetta di più villaggi costituisce la città [lo Stato], che ha raggiunto quello che si chiama il livello dell’autosufficienza: sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza.

Anche Bodin ci offre una definizione di Stato molto ricca:

 Lo Stato è un governo giusto che si esercita con potere sovrano su più
famiglie e sulle cose che esse hanno in comune tra loro.

Per il filosofo francese, pertanto, gli elementi determinanti sono quattro: 1) un governo giusto, ossia legittimo e rispettoso delle leggi naturali; 2) il potere sovrano; 3) le famiglie, che sono “la vera immagine dello Stato, e il potere domestico [del pater familias] somiglia al potere sovrano, ossia il giusto governo della casa è il vero modello del governo dello Stato”; 4) le cose comuni, nel senso che all'interno dello Stato è necessario che vi siano beni sia di proprietà privata che di proprietà pubblica.
La definizione che invece ne da Hobbes è la seguente:

Dunque lo STATO (per definirlo) è una persona unica, la cui volontà, per il patto di molti uomini, va ritenuta come la volontà di tutti costoro; così che può usare delle forze e delle facoltà dei singoli, per la pace e la difesa comune [il corsivo è di Hobbes].

Come afferma Bobbio nella prefazione di Per la Pace perpetua, anche per Kant,

ciò che contrappone la società civile allo stato di natura è il suo carattere di società giuridica, nel duplice senso di società regolata dal diritto, più precisamente da un diritto perentorio, la cui osservanza è affidata all’ esercizio legittimo del potere coattivo, e di società in grado, proprio in virtù della coazione legale, di garantire il diritto originario di ogni uomo che è il diritto di libertà inteso come <<indipendenza dall'arbitrio costrittivo altrui.>>

A titolo di comparazione, vale sicuramente la pena di riportare alcune definizioni di Stato proprie del pensiero politico marxista. Il marxismo, dottrina politica marcatamente internazionalista ed anti-statuale, sulla scia del filone di pensiero rousseauiano, vede lo Stato come l’arena all'interno del quale si legittima la disuguaglianza sociale e lo strumento che le classi oppressori utilizzano per asservire e sfruttare le classi più deboli.
Questa è la definizione che Engels dà allo Stato:

Lo Stato è per principio lo stato della classe più potente, della classe
economicamente e politicamente dominante.
Vladimir Lenin

E similmente Lenin:

Lo Stato è il prodotto e la manifestazione dell’antagonismo
inconciliabile delle classi.

Un grande sociologo e politologo quale Weber, invece, ci presenta una delle più meritatamente celebri definizioni:

Per Stato si deve intendere un’impresa istituzionale di carattere politico nella quale - e nella misura in cui - l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima, in vista dell’attuazione degli ordinamenti.

L’idea che lo Stato sia l’unico titolare legittimo dell’uso della forza fisica è senza dubbio una delle caratteristiche più rilevanti dello Stato moderno.
Infine, una delle definizioni più semplicemente efficaci è quella della Stein. Essa cerca di giungere in maniera subitanea a ciò che maggiormente caratterizza la forma politica statuale:

Lo Stato è una forma di associazione.

E forse la semplicità di questa definizione ci offre la più sicura verità circa cosa esso effettivamente sia.
Max Weber
E’ inutile sottolineare come le definizioni di Stato riportate in questo breve resoconto siano solo alcune delle molte.
Spesso può accadere, come visto, che la definizione di Stato dipenda dall'idea più o meno positiva che se ne ha dello stesso. Se, cioè, si ritiene che esso sia sorto per cause conflittuali e violente, allora, come fanno i marxisti, si pensa che il conflitto continui al suo interno tra i vari gruppi componenti e classi, a meno che una rivoluzione non ribalti la situazione, abolendo le disuguaglianze sociali, politiche ed economiche ed istituendo una società politica non statuale di stampo egualitario.
Se invece si crede che la sua genesi dipenda da cause consensuali e di natura pacifica, allora la definizione potrà essere o positiva o quantomeno neutrale.
Volendo offrire una definizione di stato civile parzialmente esaustiva potrà essere sufficiente affermare quanto segue:

Lo stato civile è quella condizione in cui soggiace l’essere umano successivamente alla fuoriuscita dallo stato di natura, ossia quella condizione in cui, per personale  scelta o per imposizione, il campo delle sue libertà naturali è sottoposto dalla volontà dei consociati a precisi vincoli garantistici. E’, ancora, uno stato in cui i rapporti umani sono disciplinati  da freni politico-giuridici ben definiti, posti a tutela dell’ordine pubblico e dalla certezza del diritto. E’, altresì, lo stato in cui l’unione di molti individui ha costituito un unico corpo, dotato di forza e volontà unanime, che ha reso possibile nel mondo una sopravvivenza sociale. E infine, nello Stato l’individuo è certo che qualunque violazione verrà coattivamente sanzionata.


Riferimenti bibliografici:

Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, Torino, UTET, 2006.

L. Gambino, Brani di Classici del Pensiero Politico, Torino, Giappichelli, 2002.

T. Hobbes, De Cive, Roma, Editori Riuniti, 2005.

I. Kant, Per la Pace Perpetua, Roma, Editori Riuniti, 2005.

F. Engels, L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato, Roma, Newton & Compton, 2006.

V. Lenin, Stato e rivoluzione, Roma, Editori Riuniti, 1970.

M. Weber, Economia e società, Roma, Donzelli, 2005.

E. Stein, Una ricerca sullo Stato, Roma, Città Nuova, 1993.


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